Bushidō – La mia via…

•2009/09/07 • 1 Commento

Hagakure

samurai

Finalmente dopo anni di ricerca quasi morbosa, la soluzione si presentò ai miei occhi così, per puro caso, in un giorno qualunque mentre stavo surfando per la rete alla ricerca di tutt’altro.

Per anni avevo lasciato li quel libro a prendere la polvere. L’avevo progressivamente dimenticato, a tal punto da abbandonarlo in palestra a Trento. In quella palestra ove oltre al libro Hagakure di Yamamoto Tsunetomo noto anche con il nome buddhista Yamamoto Jōchō (山本 常朝), avevo lasciato un pezzo di me e non solo [n.d.r. alcune delle citazioni famose del filosofo japponese].

Quel giorno, nascosto tra un torrent ed un altro su tecniche combattive militari, sopravvivenza, esplosivi, manuali d’officina ed arti marziali, mi capitò di nuovo tra le mani una copia, questa volta elettronica, dell’Hagakure.  Un fantastico e-book che mi rapì immergendomi in un tempo passato, lontano, che rievocò in me sogni e paure antiche. Un tempo così remoto che mi scosse come una scarica elettrica e mi inebetì a tal punto da perdere la cognizione del trascorrere dei minuti, del caldo, del freddo, della sete, della fame. Quando mi ridestai daltorpore, ero madido di sudore, con la bocca asciutta e la pelle d’oca… avevo trovato la via. La mia via! Il segno era giunto!

demon_samurai_ii_by_aka_maelstrom1Finalmente dopo anni di meditazione ascetica fatta di buddhismo e muta  sopportazione, era giunto il momento di smettere di osservare il mondo. Era giunto il momento di tornare a ruggire.

Chi conosce la mia natura di predatore non poteva credere che la tigre avesse deciso di farsi addomesticare. Chi mi amava piangeva in silenzio osservandomi in sukhasana meditare davanti alla mia vecchia armatura da demone. Quell’armatura che m’ aveva prosciugato l’anima e il cuore per offrirmi la possibilità. Quell’armatura che ora mi rideva in faccia sbeffeggiandomi delle mie debolezze. Le debolezze e le paure di chi privato dell’anima e del cuore, non può gustare il sapore della vita: il gusto delle piccole carezze, il soave suono dei vagiti del proprio figlio.

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Il fato nel momento di massima devastazione, sul limitare della deflagrazione finale, mi scaglio il segno, la forza e la meta. Allora, ritemprato delle mie forze, capii che la tigre non poteva vivere cercando di essere una pecora con le zanne. Capii che il solo buddhismo non era sufficente. Capii che la mia via era il Bushidō (武士道, la via del guerriero).

Il Bushidō, un  codice di condotta e un modo di vita, analogo al concetto europeo di Cavalleria, adottato dai guerrieri giapponesi. Un codice in cui  sono raccolte le norme di disciplina, militari e morali che presero forma in Giappone durante gli shogunati di Kamakura (1185-1333) e Muromachi (1336-1573), e che furono formalmente definite ed applicate nel periodo Tokugawa (16031867). Quella via ispirata ai principi del buddhismo e del confucianesimo adattati alla casta dei guerrieri.  Un codice di condotta che esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore che dovevano essere perseguiti fino alla morte. Un codice il cui venir meno a questi principi causava il disonore del guerriero, che espiava commettendo il seppuku, il suicidio rituale.

I sette principi del Bushidō

Seven_Virtues_Of_Bushido_by_KisaragiChiyo

  • 義, Gi: Onestà e Giustizia

Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

  • 勇, Yu: Eroico Coraggio

Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

  • 仁, Jin: Compassione

L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

  • 礼, Rei: Gentile Cortesia

I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.

  • 誠, Makoto o 信, Shin: Completa Sincerità

Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

  • 名誉, Meiyo: Onore

Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

  • 忠義, Chugi: Dovere e Lealtà

Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

buddha.head

Per sigillare questa mia memoria, sperando che altri trovino la loro via, non posso esimermi dal ringraziare con ogni mia cellula, le due mie fonti di forza. Coloro che hanno saputo attendere che il guerriero ricaricasse le sue forze, coloro che con i loro respiri alimentano la mia fiamma di vita, coloro che con le loro lacrime dissetano le mie radici, coloro che con i loro sguardi riscaldano la mia anima e il mio cuore, altrimenti persi e soli:

Anna ed Ivan – Mia moglie e mio figlio <3

AnnaIvan

PointS of VieW

•2009/01/29 • 1 Commento
La scienza, l’arte e la letteratura avrebbero dovuto insegnarmi che la relatività è la base per stabilire che una cosa nel domino A è impossibile, mentre nel dominio B è una prassi. Avrebbe dovuto insegnarmi che la stessa cosa vista dai miei occhi è diversa da quella percepita da un’altra persona.
Avrebbe dovuto… ma chi ha la testa dura e gloriosa come la mia, in genere è troppo preso da se per accorgersi di quello che sta causando. E’ troppo preso a migliorare la sua macchina a stati finiti, per fermarsi ad osservare le faccie delle persone che incredule assistono al suo operato. Alle volte però, quando ci si rialza per osservare ciò che ci circonda per puntare alla nuova meta/obiettivo, ci si accorge che intorno si hanno solo macerie, rovine fumanti, morti e feriti. Ci si accorge che tutti i tuoi compagni sono a terra, che sei l’ultimo rimasto in piedi… solo al solito!
In uno di questi momenti, mi accorsi che dovevo fermarmi dal trucidare chiunque mi si parava dinnanzi. Mi accorsi che dovevo prestare il necessario soccorso ai miei cari, o sarebbe stato troppo tardi per farlo in seguito!
In quel momento mia moglie, dopo anni di sforzi e sacrifici sempre al mio fianco, riuscì a farmi vedere il mondo con i suoi occhi. In quel momento iniziò la mia nuova vita…
La nuova vita

La nuova vita.

In primis vidi una bestia inferocita ed assetata di sangue e vendetta, poi capii che quell’orco ero io e che ero la causa stessa di tutta quella distruzione e del ferimento dei miei stessi compagni. A quel punto attonito ed interdetto, mi sforzai di mettere a fuoco il quadro nel suo insieme. Mi sforzai di osservare l’intero campo di battaglia, di percepire  dove si stava articolando l’azione, di cogliere i contorni di quella sconvolgente tela.  Il risultato che mi si impresse nella mente era simile ad uno dei quadri di  Escher. Un capolavoro di relativismo, ove forme di per se perfette e stabili  si intrecciavano fra loro a formare una sistema contorto e fisicamente instabile. Un sistema dove ogni legge fisica era stravolta per ottenere un equilibrio dei singoli sottosistemi. Un assurdo paradosso di impossibili equilibri.
Relativity

Relativity - 1953 - M.C. Esher

Finalmente capii che quello che si dona deve essere incartato e donato a modo. Che il sentimento che ci ha portato a donare qualcosa ad un’altra persona deve essere fatto emergere e non nascosto. Ho capito che quando si ha una necessità o si è in difficoltà, non si deve adirarsi con chi ti viene ad aiutare. Ho capito che si deve essere sempre grati a chi ti porge la mano. Ho capito che vivere vicino a chi vive combattendo è come vivere su un campo di battaglia ove si rischia ogni istante la vita. Ho capito che provare ad aiutare chi s’è chiuso dentro un rovo di spine per proteggersi dal dolore e dalla solitudine costa il sacrificio di graffiarsi e tagliarsi. Ho capito che aiutare chi si nasconde non richiede astuzia ma comprensione e ascolto.  Ho capito che amare significa spogliarsi dei mostri e dei fantasmi del passato, di vivere senza scudi e protezioni, di farsi vedere per quello che siamo, riservando la parte meglio di noi a chi amiamo. Ho capito che non dobbiamo far pesare al mondo che ci circonda il nostro malessere, ma che dobbiamo elargire a tutti un pizzico di sole anche nelle giornate buie. Ho capito che il vero guerriero è colui che combatte solo per proteggere chi ama, gustando ogni istante della vita, donando a tutti gioia, e assumendosi la responsabilità del sangue versato senza macchiare gli altri con il suo peso.

Ora che Anna mi ha trasformato dal guerriero dell’ombra al soldato della luce, ho capito che si deve donare col sorriso e chiedere disarmati e con le braccia larghe per abbracciare chiunque proverà a donarti un po’ del suo tempo o del suo cuore. Ho capito che finalmente ho trovato la via per vivere felice e donare felicità a chi amo. A chi per amore m’ha dato tutto, e a chi nato dall’amore dovrà ricevere il meglio di me per diventare uomo.

Grazie ANNINA :* per l’amore che m’hai dato, mi dai e mi darai. Grazie per il fantastico dono di nostro figlio Ivan. Grazie per aver avuto la forza e l’amore per trasformare l’onice in alabastro :) Senza di te sarei ancora un orco selvaggio solo e incazzato col mondo.  Sei la mia vita e il mio 師傅. T.A. ^^

Auguri IVAN ^^

•2008/09/30 • Lascia un Commento

Ormai sono passati già due anni da quel 30 settembre 2006. Sei il più bel regalo della nostra vita, e la più grande opera della nostra cara Annina :*

In questo giorno, un messaggio d’auguri che resterà nel tempo e non si sbiadirà col passare degli anni e l’invecchiare dei tuoi pazzi genitori.

Un mondo di auguri cucciolo mio.

Auguri IVAN

Auguri IVAN

il villaggio dei pazzi

•2008/09/02 • Lascia un Commento

Molte lune sono trascorse dall’ultima volta che intinsi la mia penna nel calamaio per lasciare su questo immenso papiro immortale una traccia delle mie idee. Molte lune in cui sono accadute cose al limite del raziocinio, o secondo dei casi e dei modi di vedere al limite della burla.

Col sopraggiungere del mio primo figlio (Ivan) molte cose sono cambiate nella mia vita e nella vita/abitudini della mia famiglia. Io ed Anna, abbiamo vissuto con trepidante eccitazione il suo arrivo, con inevitabile apprensione e stanchezza i suoi primi mesi di vita, e con infinita gioia ogni suo progresso. Ora Ivan ha presto 2 anni (30 settembre) e guardandomi indietro comprendo come tutto sia cambiato in meglio e come sia un uomo fortunato ad avere al mio fianco una moglie strardinaria come Anna e un figlio adoratamente terribile e tenero come Ivan. Una cosa in tutto questo tempo non è cambiata affatto nel mondo e nella mia vita: il cannibalismo umano.

L’uomo alla fine, nel suo intimo, nel lato più oscuro di se è e resterà sempre una bestia. Una bestia senziente con il naturale istinto della sopravvivenza. Ma cosa vuol dire sopravvivere in un mondo pagano come quello in cui viviamo, in un mondo pagano ove solo il dio denaro è padrone delle dinamiche delle nostre vite? Significa cannibalizzare le altre persone per arrivare ad ottenere più soldi/potere.

Così come accadde al grande Gaio Giulio Cesare, nella vita di tutti noi, prima o poi incontriamo un Bruto. Una persona più o meno a noi vicina che per il suo tornaconto personale ci pugnala alla spalle cospirando con i suoi amichetti di merende. Questa volta il Bruto del caso, l’ho incontrato sul lavoro. Fin qui nulla di strano; questa volta però devo ringraziarlo! Grazie alla sua manovra sono riuscito ad ottenere quello che ho cercato di ottenere per anni senza mai riuscirci: la possibilità di andare via da Siena. Finalmente dopo 3 anni che cercavo di levare le tende vedo il traguardo, lontano ma lo vedo!

Finalmente all’orizzonte v’è una concreta possibilità di potrò portare via la mia famiglia dalla tranquilla Siena. Una paesino stupendo per il turista, ma terribilmente ostile e spietato per i non autoctoni, per quelli che non possono comprendere il vero significato senese di palio, contrada, campanilismo. Un paesino ove non esiste il concetto di lavoro, perchè la gente che vi abita pur di restare a Siena è disposta al servilismo. Questo porta ad avere luoghi di lavoro ostili e spietati ove per un nordico come me, è dura lavorare. Vuoi per la naturale propensione alla sottomissione dei senesi (ove conta più la vita di piazza che quella lavorativa), vuoi per la disorganizzazione di un contesto non industrializzato che ha basato la sua “milestone” sulla caratterizzazione medioevale (gli anni bui della storia), in questi anni a Siena la qualità della mia vita lavorativa aveva preso una brutta piega; piega che inevitabilmente mi trascinavo dentro le mura di casa.

Grazie Anna d’avermi supportato e sopportato in questi lunghi e duri anni! Grazie d’avermi dato un figlio che ha la tua stessa felicità negli occhi. Grazie d’aver creduto in me in ogni mia singola iniziativa: dall’andare a vivere a Dublino, a San Diego e ora a Roma. Grazie di essermi stata vicina e di avermi aiutato a diventare un uomo e un padre.

Ed ora un tributo a Fantozzi e al suo spietato e surreale modo di raccontare la vita lavorativa dei colletti bianchi:

Tu sei responsabile della tua rosa…

•2008/08/03 • Lascia un Commento

In quel momento apparve la volpe.

“Buon giorno”, disse la volpe.

“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.

“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”.

“Chi sei?” domando il piccolo principe, “sei molto carino…”.

“Sono una volpe”, disse la volpe.

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”.

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.

“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

“Che cosa vuol dire “addomesticare”?”

“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”

“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe. “Che cosa vuol dire “addomesticare”?”

“Gli uomini”, disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”

“No”, disse il piccolo principe. “Cerco amici. Che cosa vuole dire “addomesticare”?”

“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.

Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”

“E’ possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”

“Oh! Non è sulla Terra”, disse il piccolo principe.

La volpe sembro perplessa:

“Su un altro pianeta?”

“Si”.

“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”

“No”.

“Questo mi interessa! E delle galline?”

“No”.

“Non c’è niente di perfetto”, sospiro la volpe.

Ma la volpe ritorno alla sua idea:

“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

La volpe tacque e guardo a lungo il piccolo principe:

“Per favore… addomesticami”, disse.

“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.

“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”

“Che bisogna fare?” domando il piccolo principe.

“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”

Il piccolo principe ritornò l’indomani.

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicita! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe .

“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”.

“E’ vero”, disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“E certo”, disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

Poi aggiunse:

Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua rosa è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto”.

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto un mio amico e ora è per me unica al mondo”.

Le rose erano a disagio.

“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi assomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.

E ritornò dalla volpe.

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe , per ricordarselo.

“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi importante”.

“E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…

Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

L’amore, oltre ad essere una cosa bellissima, comporta anche una grossa responsabilità. La responsabilità che il piccolo principe aveva nei confronti della sua rosa che ormai, dipendeva da lui.

E’ facile pretendere in amore, ma è altrettanto facile ricordarsi di quel che si può provocare nell’altro con le proprie azioni?

A scuola di controsterzi

•2008/08/02 • Lascia un Commento

Come si sa, la scuola fa bene, meglio se la si inizia in tenera età. Ecco perchè Ivan ha iniziato ad andare di controsterzo a solo 18 mesi ;)

E come è giusto che sia, anch’io dopo una lunga lezione di guida con il babbo mi condeco alle tenerezze di un bimbo col suo orsacchiotto.

ToUgH it OuT

•2008/07/29 • Lascia un Commento

No fear.
No submission.
Madness?
No this is my life until the EnD!

System Of A Down – Chop Suey!

[Wake up
Grab a brush and put a little (makeup)
Grab a brush and put a little
Hide the scars to fade away the (shakeup)
Hide the scars to fade away the
Why’d you leave the keys upon the table?
Here you go create another fable
You wanted to
Grab a brush and put a little makeup
You wanted to
Hide the scars to fade away the shakeup
You wanted to
Why’d you leave the keys upon the table?
You wanted to
I don’t think you trust
In, my, self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die, die
Wake up
Grab a brush and put a little (makeup)
Grab a brush and put a little
Hide the scars to fade away the (shakeup)
Hide the scars to fade away the
Why’d you leave the keys upon the table?
Here you go create another fable
You wanted to
Grab a brush and put a little makeup
You wanted to
Hide the scars to fade away the shakeup
You wanted to
Why’d you leave the keys upon the table?
You wanted to
I don’t think you trust
In, my, self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
In, my, self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
Father, father, father, father
Father into your hands, I commend my spirit
Father into your hands
Why have you forsaken me
In your eyes forsaken me
In your thoughts forsaken me
In your heart forsaken, me oh
Trust in my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
In my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die]

Wake Up and Create the Life You Want

•2008/07/25 • Lascia un Commento

Quando la vita sembra sotterrarti, è l’ora di alzarsi dalla polvere, pulirsi il sangue dalla bocca col dorso della mano e iniziare a pensare a vivere e non a sopravvivere agonizzando. La vita è bella se viene vissuta. Se permettiamo agli altri di viverla al posto nostro la vita è un inferno che ci fa perdere il sapore delle cose semplici, delle soddisfazioni, della gioia dei piccoli sucessi.

ALZATI!

Wake up

Wake up

The Living End – Wake Up

[ I've been buried in the sand
I've come down with no place to land
I don't need you to understand
It's not what I had planned

All the hunger, all the yearning
With the lifeline that you're burning
Poison lessons that you're learning
The road ahead is turning

Suicidal education
It got sold to our generation
Wake up to the manipulation
Wake up to the situation
Suicidal education

Stick together side by side
We no longer need to hide
From the darkness into the light
Now is your time

I need something to numb the pain
Forget me and forget my name
Waiting for the time to arrive
No one gets out of here alive

Suicidal education
It got sold to our generation
Wake up to the manipulation
Wake up to the situation
Suicidal education

Wake Up! Wake Up!

I've been buried in the sand
I've come down with no place to land
I don't need you to understand
It's not what I had planned

Suicidal education
It got sold to our generation
Wake up to the manipulation
Wake up to the situation

Suicidal education
It got sold to our generation]

The Butterfly

•2008/07/22 • Lascia un Commento

Eccomi di nuovo qui in questo luogo. Cupo in volto e piegato nel corpo. Madido di sudore e di dolore.

Un’altra notte insonne è terminata. Incubi e presagi si sono altalenati nella mia mente come fossero viaggi onirici autoindotti. La prima luce per fortuna è arrivata presto e con essa la straziante verità che è giunta l’ora di lasciar volare le farfalle.

Il bambino alzò la testa e disse: Vola farfalla, che la tua nuova vita possa essere migliore della vecchia.Sappi che non volevo farti del male, ma farti diventare più forte e bella.

Dopo un tempo ideterminabile il bimbo si asciugò le lacrime e si incamminò senza meta.

Hunter

EnD

Radiohead — Exit Music (For a Film)

[Wake... from your sleep
The drying of your tears
Today.. we escape
We escape.

Pack and get dressed
Before your father hears us
Before.. all hell.. breaks loose.

Breathe... keep breathing
Don't lose.. your nerve.
Breathe... keep breathing
I can't do this.. alone.

Sing us a song
A song to keep us warm
There's such a chill
Such a CHILL.

You can laugh
A spineless laugh
We hope your rules and wisdom choke you
Now we are one
In everlasting peace

We hope that you choke.. that you choke
We hope that you choke.. that you choke
We hope that you choke.. that you choke]

The Raven

•2008/06/20 • Lascia un Commento

A volte si deve solo piangere per quel che è stato ma non fu. A volte solo la follia può racchiuderci dentro le sue braccia.

« Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale »

(da “Eleonora” – Edgar Allan Poe, 1841)

To WhO KnoW..

The Raven (Poe)

Once upon a midnight dreary, while I pondered, weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
“‘Tis some visitor,” I muttered, “tapping at my chamber door —
Only this, and nothing more.”

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; — vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow — sorrow for the lost Lenore —
For the rare and radiant maiden whom the angels name Lenore —
Nameless here for evermore.

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me — filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating,
“‘Tis some visitor entreating entrance at my chamber door —
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; —
This it is, and nothing more.”

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
“Sir,” said I, “or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you”— here I opened wide the door; —
Darkness there, and nothing more.

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the stillness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, “Lenore?”
This I whispered, and an echo murmured back the word, “Lenore!” —
Merely this, and nothing more.

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
“Surely,” said I, “surely that is something at my window lattice:
Let me see, then, what thereat is, and this mystery explore —
Let my heart be still a moment and this mystery explore; —
‘Tis the wind and nothing more.”

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore;
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door —
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door —
Perched, and sat, and nothing more.

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore.
“Though thy crest be shorn and shaven, thou,” I said, “art sure no craven,
Ghastly grim and ancient raven wandering from the Nightly shore —
Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!”
Quoth the Raven, “Nevermore.”

Much I marveled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning— little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blest with seeing bird above his chamber door —
Bird or beast upon the sculptured bust above his chamber door,
With such name as “Nevermore.”

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered— not a feather then he fluttered —
Till I scarcely more than muttered, “other friends have flown before —
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.”
Then the bird said, “Nevermore.”

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
“Doubtless,” said I, “what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful Disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore —
Till the dirges of his Hope that melancholy burden bore
Of ‘Never — nevermore’.”

But the Raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird, and bust and door;
Then upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore —
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt and ominous bird of yore
Meant in croaking “Nevermore.”

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom’s core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion’s velvet lining that the lamplight gloated o’er,
But whose velvet violet lining with the lamplight gloating o’er,
She shall press, ah, nevermore!

Then methought the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose footfalls tinkled on the tufted floor.
“Wretch,” I cried, “thy God hath lent thee – by these angels he hath sent thee
Respite — respite and nepenthe, from thy memories of Lenore
Quaff, oh quaff this kind nepenthe and forget this lost Lenore!”
Quoth the Raven, “Nevermore.”

“Prophet!” said I, “thing of evil! — prophet still, if bird or devil! —
Whether Tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted —
On this home by horror haunted— tell me truly, I implore —
Is there – is there balm in Gilead? — tell me — tell me, I implore!”
Quoth the Raven, “Nevermore.”

“Prophet!” said I, “thing of evil – prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us – by that God we both adore -
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels name Lenore -
Clasp a rare and radiant maiden whom the angels name Lenore.”
Quoth the Raven, “Nevermore.”

“Be that word our sign in parting, bird or fiend,” I shrieked, upstarting —
“Get thee back into the tempest and the Night’s Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken!— quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!”
Quoth the Raven, “Nevermore.”

And the Raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
And the lamplight o’er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted — nevermore!

by Edgar Allan Poe

traduzione in italiano by Antonio Bruno

And now it’s the time to meditate about it… Thanks Radiohead to tear my heart.

[Alle volte nella vita non basta lottare con tutte le proprie forze, incassare continuamente all'angolo facendo incrementare la propria furia cieca della disperazione, sperando che quella forza inarrestabile riesca a farti vincere anche questo fottutissimo incontro. Alle volte non serve a nulla aver sputato sangue, denti, aver sentito le proprie ossa scricchiolare. Alle volte si perde e basta.
"1..2..3..4..5..6..7..8..9..KO"
Oggi ho perso
]

Mike is KO